AVVISO AI MIEI VISITATORI


°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
QUESTO BLOG NON E' CREATO A SCOPO DI LUCRO
°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
PRECISO INOLTRE CHE CONTATTERO' SOLO VIA BLOG NON DESIDERANDO UTILIZZARE FACEBOOK O TWITTER
°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
I MODI DI DIRE, PUBBLICATI IN CALCE AI POST RIGUARDANTI VENEZIA, SONO TRATTI DAL LIBRO "SENSA PELI SU LA LENGUA" DI GIANFRANCO SIEGA - ED. FILIPPI EDITORE VENEZIA O DA "CIO' ZIBALDONE VENEZIANO" DI GIUSEPPE CALO' - CORBO E FIORE EDITORI.
SPERO CHE GLI AUTORI APPREZZINO LA PUBBLICITA' GRATUITA E CHE IO NON SIA OBBLIGATO A SOSPENDERNE LA PUBLICAZIONE.
°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

I MIEI AMICI LETTORI

venerdì 23 giugno 2017

ALTRE CELEBRI SPOGLIE

In un precedente post vi ho parlato dei problemi riscontrati dai resti di Dante ma non fu l'unico le cui spoglie siano state oggetto di trasferimenti e polemiche.

Giacomo Leopardi
Figlio del conte Monaldo Leopardi e della marchesa Adelaide Antici.
I testi scolastici non ci dicono che era gobbo.

Molto complicata fu la sepoltura di Giacomo Leopardi, morto a Napoli nel giugno del 1837. In quel momento nella città dilagava un'epidemia di colera ed il poeta doveva essere tumulato, come prescritto dalle autorità, in una fossa comune. Un amico, Antonio Ranieri, riuscì a sottrarre la salma ed a seppellirla a Fuorigrotta presso la chiesa di San Vitale.
Quando all'inizio del '900, fu decisa una ricognizione ufficiale delle spoglie del Leopardi, la cassa apparve semivuota. In realtà la cassa stessa era sfondata e lo scheletro si era completamente polverizzato. I resti furono raccolti in un sarcofago di pietra trasferito nel 1939 sulla collina di Posillipo,  nel parco Virgiliano, accanto alla tomba di Virgilio, malgrado le continue richieste di restituzione da parte di Recanati, il suo luogo di nascita.

Alessandro Manzoni
Figlio del conte Pietro Manzoni e di Giulia Beccaria (figlia di Cesare Beccaria)

Aspre polemiche hanno turbato anche l'eterno riposo di Alessandro Manzoni, sepolto nel Famedio, il sepolcro creato per i personaggi illustri di Milano al Cimitero Monumentale. Qualche decennio fa, accogliendo le pressanti richieste del cardinale Colombo, ex arcivescovo di Milano, si decise di traslare la salma dell'autore dei Promessi sposi all'interno del duomo, accanto a quella del cardinale Federico Borromeo. Era il primo laico ad avere il permesso di essere sepolto lì. Molti laici inorridirono al solo pensiero e contrastarono l'iniziativa. Per quanto fervente cattolico, infatti, il Manzoni era stato molto critico nei confronti delle gerarchie ecclesiastiche. Così le sue spoglie rimasero al Famedio.

Ugo Foscolo
Il suo vero nome era Niccolò e nacque a Zante da Andrea Foscolo (medico Veneziano)
e da Diamantina Spathis (greca)

Il viaggio più lungo, anche se in assenza di polemiche, dovettero farlo le sue spoglie perché Ugo Foscolo fu sepolto nel settembre del 1827 nel piccolo cimitero di Chiswick, nei pressi di Londra. Nel 1871, dopo la ricostituzione del Regno d'Italia con capitale Roma, la salma del poeta fu traslata in Santa Croce a Firenze, assieme a quelle di altri spiriti magni da lui spesso celebrati nei suoi versi.


Luigi Pirandello
Figlio di Stefano Pirandello combattente con Garibaldi per l'unità italiana
e di Caterina Ricci-Gramito di famiglia aristocratica.


Piuttosto precaria appare la posizione delle ceneri di Pirandello, tumulate in un pino a Caos, nella campagna di Agrigento, come lui stesso aveva voluto. Poiché quest'albero, ormai vecchio era diventato pericoloso a causa delle raffiche di vento, le autorità avrebbero voluto traslare l'urna in un luogo più tranquillo. La famiglia si oppose e tutto restò come prima.

Spero che le mie ceneri non avranno dei percorsi così caotici (ha, ha, ha).

lunedì 19 giugno 2017

SAGGEZZA DEL GATTO - 20


L'ARTE DI FIUTARE

Il gatto ha un odorato molto sviluppato, un fiuto di cane pastore tedesco. Un "atout" per sgranocchiare la vita.

l

Come presso tutti i mammiferi, il suo naso comprende due organi ricettivi. Ne possiede un terzo che contiene non meno di 200 milioni di cellule sensoriali specializzate. Si tratta dell'organo di Jacobson. Il gatto utilizza il suo odorato prima di gustare il cibo in modo da essere sicuro di mangiare quello che gli piace.
Il gatto è come se bevesse gli odori, renifla, pietrificato, la bocca socchiusa, labbra cascanti, le narici molto aperte.
Tutto questo porta un nome : la risposta di Flehmen (detta anche "smorfia" per la curva che prende l'arcata superiore dei denti).
Il profumo è la porta aperta o chiusa all'amicizia. Se detesta gli effluvi di una persona, il gatto si innevorsisce, orecchie tirate verso l'alto, occhi stravolti, non sa più cosa pensare, si agita con il pelo irto, fa un giro su se stesso e perde la nozione della direzione. Il gatto annusa tutto. Con un salto, fila come il lampo, elettrificato, scandalizzato. I visitatori che passano nella casa, non sono sempre i suoi amici.

E NOI ?

L'espressione "Non poter sentire qualcuno" sembra essere stata inventata per il gatto, ma anche per noi. L'odore fa parte di un tutto. Il gatto si serve del suo fiuto per informarsi e, di un solo colpo, evitare le cattive relazioni. Seguite l'esempio.



Ancora lui, Matisse

domenica 11 giugno 2017

LE CENERI DI DANTE ALIGHIERI (O MEGLIO I RESTI)

Scusatemi ma questo è l'unico post di tutta la prossima settimana



Un articolo di Sergio Lotti nella Domenica del Corriere in data sconosciuta

La conservazione delle ceneri di Dante costituisce un vero mistero. Una parte si trovava in due buste gialle dentro un cassetto della Biblioteca Nazionale di Firenze. Viste per l'ultima volta nel 1929, sparirono successivamente. Sei secoli di litigi per il possesso dei resti dell'Alighieri diedero adito ad un continuo succedersi di colpi di scena.

L'ipotesi più avvilente è che un impiegato maniaco dell'ordine o una donna delle pulizie abbia gettato due vecchie buste gialle nel cestino della carta straccia. L'ipotesi più affascinante, invece, è che siano state rubate da qualcuno che sapeva bene quale era la loro importanza. Potrebbero anche essere state trascinate via dalle acque dell'Arno che sommerse Firenze nel 1966 (Faccio presente che anche Venezia ebbe in quell'anno grossi problemi. Personalmente mi sono ritrovato con l'acqua alta a livello dello stomaco). Oppure non sopravissero alla seconda guerra mondiale, quando i tedeschi trasformarono in alloggio per le loro truppe la Biblioteca  dove erano conservate le due buste sin dal 1865.
L'unica cosa sicura è che non si ha più notizie su di loro dopo il 1929, quando furono esposte nella sala dantesca della biblioteca fiorentina. Se il poeta, in vita, fu costretto ad errare per l'Italia di corte in corte, alle sue spoglie è toccato un destino anche peggiore : dopo sei secoli di contese, trasferimenti e manomissioni, parte di esse sono state disperse.
In verità non si tratta proprio di ceneri perché Dante non fu mai cremato, anche se non mancarono coloro che volevano darne alle fiamme il corpo fin da quando era vivo. E poco dopo la sua morte (settembre 1321), il cardinale Bertrando del Poggetto voleva ardere i suoi resti insieme al De monarchia, l'opera in cui il poeta sosteneva con vigore la tesi dell'autonomia dell'imperatore dal dominio papale: arma efficace nelle mani di Ludovico il Bavaro nella sua disputa con Giovanni XXII, che fece imbestialire Bertrando, appena arrivato a Bologna da Avignone per dare manforte al Papa contro i ghibellini. Grazie all'intervento di Ostasio da Polenta, signore di Ravenna, il cardinale si limitò a bruciare pubblicamente il libro e lasciò in pace le spoglie interrate a Ravenna. In pace, ma non in buona compagnia, perché il luogo in cui si trovavano era mal frequentato. "Il sepolcro, venerato di giorno, era diventato di notte il quartier generale delle passeggiatrici", come dice Cesare Marchi nella sua biografia di Dante. "Uno spettacolo indecente, tanto che qualcuno invocò provvedimenti affinché donne vagabonde non deturpassero il monumento di Dante con atti osceni".
I maggiori turbamenti a quelle spoglie, tuttavia, non li provocarono le donne di facili costumi, ma le risse tra fiorentini e ravennati. Il sommo poeta era appena spirato che i fiorentini cominciarono a pentirsi di averlo fatto morire in esilio e ne chiesero più volte i resti ottenendo sempre un rifiuto.
All'inizio del Cinquecento Ravenna entrò a far parte dello Stato Pontificio e divenne Papa Leone X, appartenente alla dinastia dei Medici, amico delle lettere e delle arti, oltre che, ovviamente, di Firenze. Era l'occasione che i fiorentini attendevano da quasi due secoli: inviarono subito una petizione al Papa, firmata nientemeno che da Michelangelo, il quale si impegnava a scolpire a Firenze un monumento a Dante assai più prestigioso del tempietto vicino alla chiesa di San Francesco, dove i ravennati l'avevano sepolto. Leone X non si fece pregare e autorizzò i messi fiorentini ad aprire l'arca che conteneva i resti del poeta.
Ma la trovarono vuota. I frati francescani, prevedendo quello che sarebbe accaduto, avevano trafugato le ossa del divino, usando una tecnica che precorreva le gesta dei "soliti ignoti". Siccome il sarcofago era appoggiato ad un muro del loro convento, vi praticarono un foro, portarono via le ossa, le rinchiusero in una cassetta di legno che nascosero nel convento. Non rivelarono mai il nascondiglio.
La cassetta rimase nel convento per quasi tre secoli e nessuno ne parlò più. Ma, quando arrivò Napoleone, i frati dovettero sgomberare il luogo ed invece di rimettere le ossa dentro il loculo, nascosero la cassetta nel vicino cimitero accanto alla cappella Braccioforte. Intanto gente comune e grandi personaggi, da Byron a Vittorio Emanuele II, continuavano a rendere omaggio al poeta inchinandosi davanti alla sua tomba, convinti che le spoglie fossero ancora lì. Invece vi erano rimasti solo tre piccole falangi ed i resti della corona di alloro che l'ultimo protettore di Dante, Guido Novello da Polenta, signore di Ravenna, aveva voluto porgli sulla fronte.
Una notte del maggio 1865 il sagrestano custode della Confraternita della Mercede chiamato Grillo (nessuna allusione all'atualità odierna), mentre dormiva nella cappella Braccioforte, sognò un'ombra che passeggiava vicino al cimitero che gli diceva: "Io sono Dante". Poiché il Grillo aveva l'abitudine di alzare il gomito, quando raccontò il fatto, non fu creduto e neppure preso in considerazione. Alcuni giorni dopo, mentre si preparavano le festività per il sesto centenario della nascita del poeta, l'operaio Pio Feletti, che stava abbattendo un muro vicino al luogo dove si trovava il Grillo urtò con il piccone una cassetta di legno e sopra c'era scritto che conteneva le ossa di Dante, nascoste a suo tempo dal frate Antonio Santi.
Si gridò al miracolo, e Firenze, nel frattempo divenuta la capitale d'Italia, tornò alla carica. Il ministero della Pubblica Istruzione inviò a Ravenna l'archeologo Giovanni Gozzadini per controllare la situazione, ma i ravennati, temendo fosse venuto a portare via le spoglie del poeta, presero d'assedio l'albergo della Spada d'Oro, dove Gozzadini alloggiava, e lo costrinsero a ripartire.
Alla fine gli antropologi riuscirono a mettere ugualmente le mani sui resti di Dante e stabilirono che il poeta era alto 1 metro e 67 centimetri, aveva un cervello di considerevole dimensione, sebbene più piccolo di quello di Napoleone e che soffriva di artrite e di uricemia.
Qualcuno però approfittò di queste manipolazioni per portarsi via qualche frammento dei resti. I più accaniti saccheggiatori furono, naturalmente, i fiorentini. Uno di quelli che ottenne il bottino più grosso fu lo scultore Enrico Pazzi, autore del monumento a Dante in piazza Santa Croce a Firenze.
Costui le distribuì un po' dappertutto inviando le autenticate ceneri a Sovrani, Ministri, Municipi ecc. Ne diede anche un pizzico al Municipio di Firenze.
Ecco quindi come arrivarono a Firenze le due buste gialle, ora scomparse, con dentro una parte delle ceneri del poeta. Erano indirizzate dal Pazzi (nel 1899) al direttore della Biblioteca Nazionale, Desiderio Chilovi. Sulle buste erano scritte due frasi che attribuivano il contenuto ai resti del poeta. Il Chilovi le sigillò e le chiuse in un cassetto. Le tirò fuori solo nel 1929, come già detto, per esporle nella nuova biblioteca ancora in costruzione.
Un'altra piccola porzione dei resti del poeta, sembra sia stata donata dal Pazzi ad una misteriosa amante, dentro una spilla d'oro e cristallo uscita dal negozio di un gioielliere di Ponte Vecchio, Leopoldo Settepassi, il cui nome è inciso sul retro del gioiello assiema alla scritta "Polveri di Dante". In seguito l'oggetto fu regalato a Cesare d'Ancona, il quale la diede poi al fratello Alessandro, senatore del regno d'Italia ed oggi è custodita con cura in una sala appartata della biblioteca del Senato assieme al calamaio di bronzo e cristallo di Cavour ed alla penna d'oro con la quale Vittorio Emanuele III sottoscrisse il suo giuramento accedendo al trono.
Quanto alle due buste gialle ci si ritornò sopra da parte di tre funzionari della Biblioteca Nazionale, Antonio Giardullo, Luigi Fallani e Lucia Milana che le cercarono sulla base di un documento che le menzionava. Si sospetta che fossero sparite prima del trasferimento nella nuova sede quindi tra il '29 ed il '35.
Esiste la speranza di ritrovarle, anche se molto debole. Durante il trasferimento buona parte dei vecchi mobili fu disseminata in varie sedi: nell'Archivio di Stato di Firenze, nella biblioteca Marucelliana, in quella Laurenziana, in quella Filosofica, nelle biblioteche comunali di Bibbiene e di Poppi, nell'Accademia Etrusca di Cortona. Può darsi che le buste si trovino ancora in qualche cassetto di questi mobili. Ma non sarà facile trovarle, salvo non compaia di nuovo l'ombra del poeta a dare qualche utile indicazione.

NOTA PERSONALE : L'articolo riportato risale a molti anni fa e non mi risulta che nel frattempo siano state ritrovate le due buste gialle. Se qualcuno di voi ha notizie al riguardo mi piacerebbe conoscerle.

lunedì 5 giugno 2017

SAGGEZZA DEL GATTO - 19

L'arte di scoprire la natura

Nel giardino, sia d'estate che d'inverno,
il gatto fa il giro della sua proprietà.
E' un puro incanto e 100% rilassante!


L'odore dell'erba, della terra, la brezza che agita il fogliame, sollecitano i sensi. Il gatto fiuta, ascolta, le sue orecchie girano come delle banderuole, è sempre sul chi vive. Non conosce la noia. Il balletto delle stagioni gli appare come uno scenario che si rinnova senza interruzione. Un vero paradiso su terra! In autunno c'è come un balletto di foglie. Ventre a terra, coda che dondola, egli assiste allo spettacolo affascinato. Una foglia morta, come tutto quello che trema, è una preda da abbattere. Un sorcio volante! In inverno, sulla terra gelata, non si sofferma ma, in primavera è l'apertura della caccia e l'estate l'inseguimento di topolini, farfalle ed altro.
Il gatto ama nascondersi, odorare le piante, tutto lo incanta. In città, il gatto si struscia sulle piante del balcone. Alle volte, un vaso di erba gatta è sufficiente a trasportarlo in una foresta immaginaria. Tante ore di libertà e di scoperta necessarie al suo equilibrio. Ritrova la natura, il suo primo ambiente di vita.

E NOI ?
Vivere in un giardino, toccare la terra, riposarsi ai piedi di un albero, stendersi sotto il fogliame, lasciarsi invadere dal profumo delle rose... E' il lato verde di cui l'umano ha bisogno per il suo equilibrio.







giovedì 1 giugno 2017

55° DOGE - MARINO FALIER (1354 - 1355)


Il ritratto soprastante potrebbe essere non attendibile visto che se andate a visitare il Palazzo Ducale a Venezia troverete al posto dell'effige il drappo qui sotto e saprete il perché alla fine del post.


Alla morte di Andrea Dandolo era talmente scontato che gli succedesse Marino Falier ed il Maggior Consiglio lo avvertì ancora prima dell'elezione mentre si trovava quale ambasciatore presso il Papa Innocenzo VI ad Avignone. La nomina avvenne l'11 settembre 1354 al primo scrutinio con 35 voti a favore e fu subito spedito  alla corte pontificia un notaio seguito da 12 ambasciatori che gli resero poi omaggio a Verona. Marino Falier fece il suo solenne ingresso a Venezia il 5 ottobre sul Bucintoro in un giorno di nebbia tanto che l'imbarcazione attraccò al centro del molo sulla piazzetta ed il corteo dogale dovette passare tra le due colonne di San Marco e San Teodoro, dove venivano eseguite le condanne a morte. Si disse allora che "fo un malissimo augurio".
Tanta sicurezza sulla sua elezione derivava dal fatto che egli aveva una forte personalità, una tempra straordinariamente vigorosa ed un passato quasi frenetico per l'intensa attività che aveva svolto.
Era nato verso il 1285 ma non si sa niente di lui prima dei suoi trent'anni, quando divenne membro del Consiglio dei Dieci e fu incaricato di eliminare il congiurato Baiamonte Tiepolo. Poi fu tutto un susseguirsi di incarichi politici e militari che ricoprì con dignità e fierezza. Veniva considerato un "duro" tanto che arrivò a schiaffeggiare il Vescovo di Treviso che era arrivato in ritardo ad una cerimonia da lui presieduta come podestà. Fu podestà anche a Lesina, Brazza e Serravalle, poi come capitano e bailo a Negroponte, plenipotenziario nella lega con gli Scaligeri e gli Estensi contro Genova, fu più volte "Savio" con diversi incarichi amministrativi ed, infine, valoroso condottiero per terra e per mare con imprese eroiche come, ad esempio, l'assedio di Zara del 1345.
Ricco e di antico casato con molte proprietà sparse un po' dappertutto commerciando anche con il fratello Ordelaf in spezie, frumento, legname, allume e panno. Il re di Boemia l'aveva nominato cavaliere ed era diventato conte e signore di Valmareno. Quindi che divenisse doge a settant'anni era quasi automatico.
Ma ad un uomo del genere poteva bastare questa carica di doge? Era certo dignitosa ma lo sminuiva rispetto al passato ed inoltre con la disfatta di Portolongo, subita da Nicolò Pisani, bisognava venire a patti con Genova. Quindi tutta la sua gloria poteva sparire in caso di pace umiliante con il nemico. Naturalmente, dopo la sconfita, anche i commerci stagnavano ed i veneziani ricchi si lamentavano. Egli diventò quindi fautore di una guerra ad oltranza contro Genova. Scattò così nella sua mente l'idea di una congiura prendendo pretesto da un'offesa recata a sua moglie Alcuina Gradenigo ed a suo nipote da parte di un gruppo di ragazzi-bene.
Era accaduto che i giovani patrizi Michele Steno, Pietro Bollani, Rizzardo Marioni, Moretto Zorzi, Micaletto da Molin e Maffeo Morosini si fossero lasciati andare, nella sala del Consiglio del doge, a "turpi e disoneste" scritte nei confronti della dogaressa e di suo nipote con tanto di disegni osceni. Di questi insulti murali ci è stato tramandato solo un distico:
Marin Falier da la bela moier
Altri la galde e lui la mantien
(Galde = Gode)
Una variante postuma in tre versi appare ancora più esplicita:
Beco Marin Falier della bella moier
La mogier del doxe Falier
Se fa foter per so piaser

I giovani furono condannati a pene abbastanza miti ed il Falier, pur essendo convinto di non essere becco avrebbe meditato di portare alla rovina l'intera aristocrazia che governava la città.
E' una tesi che non tiene perché troppo sproporzionata rispetto alla realtà dei fatti. Il Falier cospirò unicamente per diventare "signore a bacchetta" come si diceva allora in modo da assicurare il dominio della sua famiglia che poteva continuare con il nipote Fantino. Quindi, fidando nelle varie importanti relazioni che aveva in Venezia e fuori città, si decise al grande passo.
Pochi i capi della congiura : Bertuccio Isarello (proprietario di navi), suo suocero Filippo Calendario (tagliapietra e proprietario di barconi da trasporto) e Vendrame (ricco pellicciaio).
Fu fissata la data del 15 aprile 1355 ma, la vigilia, il Vendrame si confidò incautamente ad un amico, il Patrizio Nicolò Lion, dicendo soltanto che durante la notte ci sarebbe stato un grande avvenimento. Quest'ultimo si precipitò dal doge per avvertirlo ma il Falier, facendo parte anche lui della congiura, cercò di minimizzare la cosa. Alla fine, dopo l'insistenza di diversi nobili, fu costretto a convocare il Minor Consiglio e si scoprì tutto con la confessione del Vendrame e la testimonianza di un certo Marco Negro. Sotto la tortura anche Filippo Calendario confessò.
Il 16 aprile il Consiglio dei Dieci con l'aggiunta eccezionale di 20 membri condannò a morte tutti i congiurati (12 in tutto) che vennero impiccati tra le due colonne della piazzetta.
Il 17 aprile fu la volta di Marino Falier, giudicato "per il tradimento da lui tentato contro lo stato del comune di Venezia" e venne condannato ad essere decapitato. Fu spoliato delle insegne dogali ed il boia eseguì il suo dovere sul pianerottolo della scala di pietra dove il Falier aveva giurato la Promissione sul Vangelo. Il boia mostrò alla folla lo spadone insanguinato  gridando: "Vardé tutti, l'è sta fatta giustizia del traditor". Il corpo  trovò, dopo vari spostamenti, una tomba senza stemmi ed iscrizioni al Fondaco dei Turchi.
Il luogo della parete nella sala del Maggior Consiglio che avrebbe dovuto ospitare la sua immagine, fu dipinto di azzurro con la seguente scritta a lettere bianche :

HIC FUIT LOCUS SER MARINI FALETRI
DECAPITATI PRO CRIMINE PRODITIONIS

Dopo l'incendio del Palazzp Ducale, nel 1577, vi fu messo un drappo nero (Vedere all'inizio del post).

MODI DI DIRE

El ga i mustaci de fero
(Ha i baffi di ferro)
Si dice di un tipo energico e risoluto

venerdì 26 maggio 2017

LA SAGGEZZA DEL GATTO 18

L'ARTE DI FARE DEI VOCALIZZI
Con un repertorio di un centinaio di suoni, il gatto può anche cantare. Tutto un mondo da scoprire!



Il gatto miagola e si esprime a suo modo. Sarebbe meglio conoscere il suo vocabolario per capirlo e comunicare con lui. Per chiedere egli dice "mew". Se non lo si ascolta attentivamente, si arrabbia e dice "mraou" e quando si è a sua disposizione, per servirlo, dice "mre" (grazie).
Il repertorio felino comprende dei mormorii, delle vocali, dei suoni di alta intensità. Si può anche far cantare un gatto (io non ci sono riuscito)! Lo sentiamo mettere ed aumentare il volume spontaneamente. le sue vocali vanno da "miaou" a "môôô" ed a "mmaâaoou" e, secondo l'umore, ci dà dentro. E' sufficiente che ritrovi un gioco, dimenticato da tempo, o che sia eccitato da un peluche alla valeriana perché si lanci in una fuga in "miaou "maggiore" con un crescendo.
E' così che "La fuga del gatto" (1729) non è di Scarlatti, ma del suo gatto! Quest'ultimo aveva la mania di passeggiare sulle partizioni e di correre sui tasti del piano. Un giorno il suo padrone prese la briga di prendere un foglio e di scriverci le note!

E NOI ?

Cantare per esprimere la propria gioia, il proprio stupore, il gusto di vivere, è buono per il morale. Nello stesso tempo che ci scopriamo dei talenti vocali, creiamo la nostra propria musica d'accompagnamento. Eccellente mezzo di decompressione.



PS - Non è facile rendere i vari miagolii di un gatto e quindi mi perdonerete la mia idea di provare a scriverli.

domenica 21 maggio 2017

LUOGHI DI VENEZIA




Il computer è tornato sano e salvo dalla visita e quindi ricomincio a pubblicare partendo dalla mia città natale. Da domani avvierò le visite a tutti voi. Un amichevole abbraccio.

 Ogni tanto vi porterò in luoghi di Venezia non compresi nei normali cicli turistici.


El ponte, la cale e la fondamenta dele téte
(il ponte, la calle e la fondamenta delle tette)

Vi ricordo che in un vecchio post avevo spiegato che la parola "tete" (le poppe) deriva probabilmente dalla serie onomatopeica dello succhiare (ts...ts...) ma alcuni affermano che deriva invece dal fatto che la lettera greca theta è rappresentata da un cerchietto con un punto al centro che rappresenterebbe il capezzolo (bighignolo in veneziano).

I luoghi citati nel detto si trovano a San Giovanni Laterano ed a San Cassiano dove alcune prostitute, come si riporta da lungo tempo, usavano stare alla finestra mostrando le loro grazie per attirare i clienti.
Ci sono però delle spiegazioni alternative.
Alcuni studiosi affermano che non si trattasse di un'iniziativa personale ma di un ordine della Serenissima che, avendo in odio la diffusa sodomia, imponesse alle soprannominate di esporsi appunto a seno nudo per distoglierne i veneziani.
Nel Witzionario anedottico si legge invece che furono i dogi della Serenissima che, comprendendo la lunga astinenza dei soldati e dei marinai ritornanti dalle guerre, imposero a tutte le belle signore veneziane di accogliere i reduci con l'esporsi a seno nudo sui ponti di Venezia al passaggio dei galeoni. Una ricreazione quindi per gli occhi di chi era andato in bianca per molti mesi.


Il ponte che è il luogo più conosciuto dei tre citati


A proposito da me " Son tornate a fiorire le rose alle dolci carezze del sol..." Quelli della mia età capiranno a cosa mi riferisco.



martedì 16 maggio 2017

PROBLEMA TECNICO

Questa sera porto il computer dal "dottore" e quindi per qualche giorno non potrò rispondere ai vostri gentili commenti, né venirvi a trovare. Vi prometto che mi rifarò appena sarà tornato guarito. Buona settimana.

lunedì 15 maggio 2017

SAGGEZZA DEL GATTO 17

L'ARTE DELLA PAZIENZA
Solo tra quattro mura, cercare di far passare il tempo durante la giornata, il gatto paziente, vi attende...
Tutto un programma

DECALOGO :

Uno - restare nelle braccia di Morfeo. Questo protegge dal fatto di annoiarsi.
Due - al risveglio attivarsi subito : sgranocchiare qualche crocchetta, bere, controllare se dal rubinetto scenda un filo d'acqua (i gatti amano bere direttamente l'acqua corrente), occuparsi a partire dal niente.
Tre - far finta di cacciare una preda, correndo di quà e di là nella casa.
Quattro - Tornare alla ciotola delle crocchette perché a ventre pieno è più facile lasciarsi andare.
Cinque - leccarsi, sentirsi più leggero, sbarazzarsi di eventuali impurità e tornare a dormire.
Certo è lungo aspettare che la porta si apra per sentire la voce dell'amico/a umano/a.
Sei - giocare con la propria pallina.
Sette - Saltare sulla finestra per guardare chi passa nella strada o gli uccelli sugli alberi.
Otto - continuare ad attendere, ancora nessuno alla porta.
Nove - in ogni caso attendre, attendere, attendere come davanti ad un buco da dove potrebbe uscire un topo.
Dieci - Pazientare ancora.

Però, quando la solitudine è a forti dosi, questa diviene insopportabile per il gatto. L'ideale è che una persona gli renda visita di tanto in tanto o che abbia un compagno, gatto o cane non ha importanza.

E NOI ?

Prendere il proprio male in pazienza è una vera lezione che ci dà il gatto. Quando un avvenimento indesiderabile si presenta nella nostra vita, un contrattempo, una malattia e che non si può far niente, l'unica soluzione è attendere che passi ed attendere una soluzione felice.



mercoledì 10 maggio 2017

IL PARCO CLEMENCEAU A MONTPELLIER

Georges Clemenceau (1841 - 1929) fu un uomo di Stato, radical-socialista, presidente del Consiglio dal 1906 al 1909 e, successivamente, dal 1917 al 1920.
Montpellier gli ha dedicato un parco ed ho pensato di andarlo a fotografare nei giorni scorsi. Non me ne sono pentito perché, alla fine, ho avuto una piacevole sorpresa.
Alcune foto del parco :





Immancabili i colombi ma non ho avuto il tempo di chiedere loro se, per caso, arrivassero da Venezia (lol)



Ed ecco la sorpresa : in fondo al parco si trova un affresco in trompe l'oeil sul quale voglio darvi qualche notizia prima di pubblicare le foto.
Il titolo di questo affesco è "Giulietta e gli spiriti" un occhiolino al film di Federico Fellini del 1965 ed è stato creato nel 2010 dal pittore Patrick Commecy. L'opera è stata premiata con il "Pennello d'argento" dal sito specializzato : trompe-l-oeil.info sulla base del giudizio espresso dagli internauti e da dieci fotografi indipendenti che hanno giudicato tutti gli affreschi realizzati in Francia nel 2010.
La regola degli affreschi di Montpellier è che essi facciano riferimento alla storia dei luoghi ed alla vita dei quartieri e quindi questo di cui vi parlo riunisce delle persone vissute nella città.


Léo Malet (scrittore e poeta)



Pierre Magnol (botanico e padre della magnolia)


Juliette Greco (cantante)


Léopold Nègre (dottore in medicina e scienze naturali)


Antoine-Jérôme Balard (farmacista e chimico)


Jules Emile Planchon (botanista)


Ed ora qualche foto dell'insieme


















Tenete presente che la torretta sulla destra è dipinta su una superficie piana.


Naturalmente bisogna che ci sia sempre qualche stupido (eufemismo) per rovinare gli affreschi.
Se passate da Montpellier andate a vederlo, come pure gli altri ai quali ho dedicato nel passato dei post. Digitate "trompe l'oeil" sulla ricerca se avete tempo e voglia di vederli.